Usa-Africa, il tour di Blinken per arginare Cina e Russia

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 25/01/2024

Tappe in quattro Paesi: Capo Verde, Costa d’Avorio, Nigeria ed Angola

Usa-Africa: il tour di Blinken punta ad arginare l’espansione di Cina e Russia nel continente Sempre più invischiata nei due conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, e a poco più di nove mesi dalle elezioni presidenziali che potrebbero riportare al potere Donald Trump, l’amministrazione Usa guidata da Joe Biden prova a rilanciare la sua azione internazionale in Africa, nel tentativo di arginare la crescente espansione di Cina e Russia nel continente. È in quest’ottica che il segretario di Stato, Antony Blinken, ha intrapreso questa settimana un tour di cinque giorni che lo vedrà fino a venerdì prossimo fare tappa in quattro Paesi: Capo Verde, Costa d’Avorio, Nigeria ed Angola.

La visita di Blinken è la quarta in Africa dall’inizio della presidenza Biden e segue quella effettuata lo scorso settembre dal segretario alla Difesa, Lloyd Austin, in Angola. In precedenza anche la vicepresidente Kamala Harris, la first lady Jill Biden, la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, la rappresentante permanente Usa alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, e l’assistente segretaria di Stato per gli Affari africani, Molly Phee, avevano effettuato visite analoghe, a conferma dell’intenzione di Washington di tornare a giocare un ruolo di primo piano nel continente – specie dopo il graduale arretramento della Francia dalle sue aree di tradizionale influenza – e di arginare così l’influenza di Russia e Cina in un momento di accesa competizione su scala globale.

“Siamo qui per una ragione molto semplice, perché il futuro dell’America e dell’Africa, i loro popoli, la loro prosperità, sono collegati e uniti come mai prima d’ora”, ha detto Blinken martedì ad Abidjan dopo aver incontrato il presidente ivoriano Alassane Ouattara, per poi volare nella capitale nigeriana Abuja ed incontrare il presidente Bola Tinubu. Dietro la retorica di Blinken si nasconde una serrata competizione geopolitica, in particolare con Pechino, con cui la “nuova Guerra fredda” si gioca in parte proprio nel continente africano. Basti pensare che soltanto una settimana fa ad Abidjan si era recato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, nell’ambito del suo tradizionale tour africano d’inizio anno che lo ha visto fare tappa anche in Egitto, Tunisia e Togo. Nella capitale commerciale ivoriana Blinken ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno ulteriori 45 milioni di dollari agli Stati costieri dell’Africa occidentale come parte di un piano per combattere l’instabilità, portando a 300 milioni di dollari il finanziamento totale nell’ambito di un programma lanciato lo scorso anno.

Un impegno, quello di Washington, che risponde all’evidente preoccupazione per una crescente destabilizzazione dei Paesi del Sahel da parte della Russia, come dimostra la sequela di colpi di Stato avvenuti nella regione a partire dal 2020: due in Mali, due in Burkina Faso, uno in Guinea e l’ultimo, nel luglio scorso, in Niger. Anche il Ciad – il cui presidente di transizione Mahamat Deby Itno si trova in queste stesse ore a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin – è un Paese formalmente ancora nell’orbita francese ma che, secondo il parere di diversi osservatori, è il prossimo obiettivo di Mosca e dei paramilitari della Wagner. La travagliata “cintura del golpe” del Sahel è popolata da Paesi che gli Usa e i suoi alleati occidentali un tempo speravano diventassero baluardi della democrazia, ma nei quali invece il gruppo mercenario Wagner è riuscito ad infiltrarsi offrendo abilmente il proprio sostegno agli eserciti locali per fronteggiare le insurrezioni jihadiste, in cambio dello sfruttamento delle risorse minerarie.

Il mutevole contesto di sicurezza della regione, del resto, è in cima alle preoccupazioni degli Stati Uniti, che per questo portano avanti il loro programma da 300 milioni di dollari volto a rafforzare gli Stati costieri della regione lungo la costa atlantica dell’Africa, in particolare in Benin, Ghana, Guinea e Togo. Entro la fine dell’anno, inoltre, il Ghana ospiterà una serie di esercitazioni militari guidate dagli Stati Uniti che coinvolgeranno le forze speciali o i distaccamenti di commando delle forze armate della regione.

Misure che rispondono alle preoccupazioni di Washington per un possibile deterioramento della situazione della sicurezza nei Paesi dell’Africa occidentale, dove i gruppi ribelli presenti nell’area – secondo quanto affermato nei giorni scorsi dal “Financial Times” – potrebbero tentare di colmare il vuoto creato dal ritiro delle truppe francesi. “I governi dei Paesi dell’Africa occidentale e i loro alleati internazionali stanno seriamente discutendo della possibilità che alcuni gruppi islamisti scatenino il caos nel Sahel”, afferma la testata britannica, secondo cui quest’instabilità potrebbe poi diffondersi in Paesi costieri relativamente tranquilli come Benin, Ghana, Togo e Costa d’Avorio. Gli Stati costieri dell’Africa occidentale, del resto, rappresentano una sorta di porta d’accesso alla regione, sono di fondamentale importanza per le compagnie di navigazione europee e attirano investimenti da Francia, Turchia e Cina.

Il “Financial Times” ritiene che ci siano già segnali “inquietanti” di un deterioramento della situazione della sicurezza nella regione. Nelle città di confine del Benin settentrionale, ad esempio, gli attacchi contro i civili e i posti di polizia sono già diventati una minaccia costante. Non a caso, si legge nell’articolo del quotidiano britannico, “i Paesi vicini del Golfo di Guinea stanno facendo pressioni sugli alleati in Europa e negli Stati Uniti per ottenere assistenza militare per rafforzare la loro sicurezza”. In questo scenario, non desta stupore la notizia diffusa nelle scorse settimane dal quotidiano “Wall Street Journal”, secondo cui gli Stati Uniti intendono schierare droni militari in diverse basi lungo la costa dell’Africa occidentale nell’ambito di uno sforzo urgente teso ad arginare l’avanzata di al Qaeda e dello Stato Islamico nella regione.

Stando alle indiscrezioni, gli Stati Uniti stanno conducendo colloqui preliminari per operare droni non armati da ricognizione presso basi aeree in Ghana, Costa d’Avorio e Benin, Paesi che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Relativamente stabili e prosperi, i tre Paesi costieri, insieme al Togo, si trovano ora minacciati dai militanti islamisti che avanzano verso sud da Mali, Burkina Faso e Niger, tre nazioni martoriate dai conflitti nel Sahel, la fascia semidesertica a sud del Sahara. Secondo il quotidiano, i negoziati segnalano un “ripiegamento militare” da parte degli Stati Uniti, che per anni hanno impiegato commando e droni armati al fianco delle forze armate francesi nel tentativo di mettere in sicurezza i Paesi della regione. Il Sahel è ad oggi il centro dell’insurrezione islamista più attiva nel mondo: dal 2017, circa 41 mila persone sono rimaste uccise a causa della violenza dei jihadisti in Mali, Burkina Faso e Niger, e il caos ha creato un vuoto in cui si è inserita anche la Russia, che ha approfondito i propri legami politici e militari nella regione.

Oltre che il rafforzamento della sfera della sicurezza per fronteggiare il terrorismo e l’instabilità della regione, il tour di Blinken in Africa occidentale ha l’obiettivo di dare seguito agli impegni raggiunti in occasione del vertice Usa-Africa che il presidente statunitense Joe Biden ha ospitato a Washington nel dicembre 2022.

Una strategia che punta essenzialmente sul rafforzamento dei partenariati pubblico-privato come chiave essenziale per riaffermare la centralità degli Stati Uniti e contrastare la concorrenza della Cina nel continente africano, specialmente in settori quali il clima e la sicurezza alimentare e sanitaria, ma che prevede anche investimenti nelle infrastrutture per stimolare il commercio bilaterale, creare posti di lavoro in patria e nel continente e aiutare l’Africa a competere nel mercato globale. In questo senso, Washington punta a rafforzare i legami con l’Africa per arginare la costante penetrazione della Cina guadagnata nel continente attraverso il commercio, gli investimenti e quella che i detrattori definiscono la “trappola del debito”.

Dal 2000 Pechino, del resto, tiene ogni tre anni un incontro con le controparti africane, e il commercio cinese con l’Africa ha un volume circa quattro volte più grande di quello degli Stati Uniti. Secondo un’analisi dell’Eurasia Group, nel 2021 il volume d’interscambio Cina-Africa si è attestato a 254 miliardi di dollari, superando di gran lunga quello Usa-Africa, fermo a 64,3 miliardi di dollari: si tratta di cifre impressionanti se le si rapporta a quelle del 2002, quando l’interscambio Cina-Africa e Usa-Africa si attestava rispettivamente a 12 miliardi e a 21 miliardi di dollari. Sebbene la Cina rimanga il più grande investitore bilaterale in Africa, tuttavia, negli ultimi anni i suoi nuovi impegni di prestito verso il continente sono diminuiti.

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