MAR ROSSO: «LA CRISI DURERÀ ALMENO ALTRE DUE SETTIMANE»

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 19/01/2024

Per l’analista Ibrahim Jalal non è escluso che i ribelli yemeniti Houthi possano continuare a compiere attacchi «in qualsiasi momento» come forma di ricatto politico anche in futuro. Secondo l’esperto gli Usa «hanno fatto trapelare informazioni sulle operazioni militari in anticipo, comunicandole effettivamente ai ribelli e dando a questi ultimi più tempo per ridistribuire le loro risorse più importanti e poi nasconderle: il che riflette anche l’intento degli Stati Uniti di evitare il conflitto, nonostante il loro tentativo di prevenire ulteriori attacchi, il che è contraddittorio. L’efficacia della campagna militare è lungi dall’essere efficace. Finora è inefficace. E con l’approccio attuale è difficile vedere risultati positivi»

La crisi in corso nel Mar Rosso può durare almeno “per altre due settimane”, ma non è escluso che i ribelli yemeniti Houthi possano continuare a compiere attacchi “in qualsiasi momento” come forma di ricatto politico anche in futuro. Lo afferma ad “Agenzia Nova” Ibrahim Jalal, analista non residente del Middle East Institute (Mei). Da metà novembre scorso gli Houthi stanno portando avanti degli attacchi contro le navi dirette in Israele come risposta a quella che considerano un’aggressione della Striscia di Gaza, in corso dal 7 ottobre 2023. Questa minaccia ha spinto il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, a lanciare un’operazione multinazionale finalizzata a proteggere la navigazione nel Mar Rosso.

Dalla scorsa settimana, le forze statunitensi e britanniche hanno condotto attacchi aerei contro le postazioni degli Houthi, con l’obiettivo di ridurre la capacità dei ribelli di attaccare navi commerciali, ma le operazioni dei ribelli continuano ad avvenire con cadenza quotidiana. “La durata di questa crisi può estendersi per un ulteriore paio di settimane”, afferma l’analista. Jalal sottolinea che gli Houthi stessi affermano di aver lanciato questi attacchi a sostegno di Gaza. “Quindi, dando per buone queste affermazioni, potrebbero fermarsi temporaneamente se ci fosse un cessate il fuoco e una riduzione dell’escalation a Gaza, ma non vi è alcuna garanzia che non si ripetano in futuro”, aggiunge l’analista.

Inoltre, l’operazione militare anglo-statunitense ha cambiato lo scenario e dato agli ulteriori “pretesti” per attaccare le navi occidentali. Gli Houthi potrebbero proseguire gli atti di pirateria e di sabotaggio “come forma di ricatto e intimidazione per raggiungere altri obiettivi politici, esercitare ulteriore influenza e sedersi al tavolo dei colloqui per allentare l’escalation, tra le altre cose”. L’attuale situazione in Yemen rischia di avere molteplici conseguenze nel medio-lungo termine. “Il primo è l’aumento del profilo di rischio dello Yemen nel suo complesso. Il secondo è che gli Houthi potrebbero sfruttare la designazione (a gruppo terroristico da parte degli Usa) e gli attacchi militari da parte di Stati Uniti e Regno Unito per aumentare la mobilitazione ideologica e il reclutamento.

Il terzo è che gli attacchi marittimi possono continuare in qualsiasi momento, perché la fonte della minaccia non è stata affrontata”, aggiunge Jalal. Anzi, l’ideologia e le radici che l’hanno causata “rimangono molto presenti e sono lungi dall’essere indebolite”. In quarto luogo, secondo l’analista, sarà “necessario ripensare all’integrazione tra sicurezza e processo di pace, che ancora manca”. Nella tabella di marcia per la riduzione dell’escalation, ad esempio, “non è inclusa una sola parola sul percorso della sicurezza in termini di cessione, gestione o sequestro di armi pesanti e medie possedute soprattutto da attori non statali”, sottolinea l’esperto. L’analista, infine, esorta ad “affrontare lo squilibrio di potere in Yemen, negando ai ribelli il controllo del Mar Rosso, in particolare di Hodeidah, respingendoli sulle montagne in una sorta di strategia di isolamento”.

Secondo Jalal gli Stati Uniti non hanno una reale strategia per prevenire gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi nel Mar Rosso e con l’approccio attuale difficilmente si vedranno risultati positivi. Da metà novembre scorso gli Houthi stanno portando avanti degli attacchi contro le navi dirette in Israele come risposta a quella che considerano un’aggressione della Striscia di Gaza, in corso dal 7 ottobre 2023. Questa minaccia ha spinto il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, a lanciare un’operazione multinazionale finalizzata a proteggere la navigazione nel Mar Rosso. Dalla scorsa settimana, le forze statunitensi e britanniche hanno condotto attacchi aerei contro le posizioni degli Houthi, con l’obiettivo di ridurre la capacità dei ribelli di attaccare navi commerciali, ma gli attacchi continuano ad avvenire con cadenza quotidiana.

“E’ altamente improbabile che le operazioni militari chirurgiche contro gli Houthi riducano le loro capacità offensive”, afferma Jalal.Secondo l’esperto del think tank con sede a Washington, gli Usa “hanno fatto trapelare informazioni sulle operazioni militari in anticipo, comunicandole effettivamente ai ribelli e dando a questi ultimi più tempo per ridistribuire le loro risorse più importanti e poi nasconderle: il che riflette anche l’intento degli Stati Uniti di evitare il conflitto, nonostante il loro tentativo di prevenire ulteriori attacchi, il che è contraddittorio”, afferma Jalal. “L’efficacia della campagna militare è lungi dall’essere efficace. Finora è inefficace.

E con l’approccio attuale è difficile vedere risultati positivi”, commenta Jalal. È “altamente improbabile” che l’Arabia Saudita e la Coalizione da essa guidata, intervenuta nel conflitto civile in Yemen nel marzo 2015, lancino attacchi aerei contro i ribelli sciiti yemeniti filoiraniani Houthi, in risposta all’escalation di tensione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, ha detto ancora l’esperto secondo cui “i sauditi cercheranno sicuramente di concentrarsi sulla traiettoria a lungo termine” ponendo la questione come “un problema internazionale”, non più come una questione regionale, che li ha coinvolti in prima persona dal 2015 durante la guerra civile tra il governo autoproclamato degli Houthi, con capitale Sana’a, e il governo yemenita riconosciuto dall’Onu e sostenuto dai Paesi sunniti del Golfo, con sede provvisoria ad Aden.

“I sauditi sono guidati dalla visione di trasformazione socioeconomica del 2030 portata avanti dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che è stata il motore del riavvicinamento e del tentativo di riconfigurare la mappa delle relazioni diplomatiche nella regione e nel mondo. E’ quindi improbabile che vogliano essere coinvolti”. Jalal ha sottolineato, inoltre, che per la stessa ragione è inverosimile in questa fase che l’Arabia Saudita partecipi all’operazione internazionale “Prosperity Guardian”, guidata dagli Stati Uniti, che ha come obiettivo la protezione delle navi mercantili nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi

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