Libia e Turchia si offrono come possibili mediatori nel conflitto in Sudan

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 06/03/2024

A quasi un anno dallo scoppio del conflitto tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf), le parti in guerra in Sudan potrebbero avviare dei colloqui “indiretti” sotto la mediazione di Libia e Turchia. Questo, almeno, l’auspicio del ministro degli Esteri sudanese, Ali Sadiq Ali, che in un’intervista alle agenzie di stampa “Ria Novosti” e “Sputnik” ha annunciato che i colloqui saranno finalizzati a porre le stesse questioni già sollevate in occasione della cosiddetta piattaforma di Gedda, emersa dai colloqui mediati da Stati Uniti e Arabia Saudita: “Dobbiamo trovare una soluzione pacifica attraverso i negoziati, ma allo stesso tempo sottolineiamo che qualsiasi soluzione deve basarsi sulla piattaforma di Gedda: prima la attueremo e poi potremo andare avanti. Noi, sulla base della nostra convinzione della necessità di negoziati, abbiamo immediatamente accettato (l’iniziativa libica)”, ha detto Ali, che in questi giorni partecipa al Forum sulla diplomazia di Antalya, in Turchia.

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri sudanese giungono dopo che la scorsa settimana il premier del Governo di unità nazionale (Gun) della Libia, Abdulhamid Dabaiba, aveva lanciato un’iniziativa di cessate il fuoco in Sudan, nell’ambito della quale ha invitato a Tripoli entrambi i leader delle parti sudanesi in guerra: il presidente del Consiglio sovrano di transizione e comandante in capo delle Forze armate sudanesi, Abdel Fattah al Burhan, e del capo delle Rsf, Mohamed Hamdan Dagalo. Così, il 26 febbraio era stato Al Burhan ad essere ricevuto a Tripoli dal capo del Consiglio presidenziale libico, Mohamed Menfi, oltre che dallo stesso Dabaiba. In quel frangente, il presidente del Consiglio sovrano aveva espresso il suo ringraziamento alla Libia per aver ospitato decine di migliaia di sfollati sudanesi. “(La Libia) fornisce loro un’istruzione gratuita e facilita le procedure amministrative”, ha detto Al Burhan durante una conferenza stampa con il capo del Consiglio presidenziale libico, Mohamed Menfi, a Tripoli.

Il leader sudanese aveva inoltre sottolineato che il suo Paese sta lavorando con i “fratelli” libici “per superare le difficili sfide che tutti noi affrontiamo”, affermando di apprezzare il ruolo “positivo” della Libia in Sudan. Da parte sua, il presidente del Consiglio presidenziale libico, Mohamed Al Manfi, aveva riaffermato l’adesione della Libia al principio di non ingerenza negli affari interni del Sudan, politicamente e militarmente, e ha sostenuto gli sforzi del presidente Al Burhan per preservare l’unità del Sudan, sottolineando che la Libia “tratterà i rifugiati sudanesi allo stesso modo dei libici in tutti gli aspetti, educativi e sanitari”. Tre giorni dopo, il 29 febbraio, era stata la volta del generale Dagalo, che aveva avuto discussioni “proficue e costruttive” sugli sviluppi in Sudan.

“Ho spiegato a Dabaiba le ragioni che hanno portato allo scoppio della guerra e gli ho presentato la nostra strategia per fermare la guerra, raggiungere la pace e la stabilità, alleviare le sofferenze del nostro popolo e ricostruire il Sudan su basi nuove e giuste”, aveva affermato Dagalo in un messaggio affidato al suo profilo X (ex Twitter). “Gli ho anche fornito una spiegazione sugli sviluppi della situazione umanitaria e sulle difficili condizioni in cui versano i sudanesi a causa della privazione degli aiuti umanitari, che ha portato alla carestia in alcune zone, il che richiede un intervento per fornire aiuti a coloro che che ne hanno bisogno attraverso nuovi meccanismi e metodi. Ringraziamo Dabaiba per la sua comprensione della crisi sudanese e della nostra posizione e visione. Ringraziamo anche il popolo e il governo della Libia per aver ospitato i loro fratelli sudanesi durante la crisi che il nostro Paese sta attraversando”, aveva aggiunto.

Secondo diversi osservatori, l’arrivo di entrambi i leader sudanesi a Tripoli ha assunto un significato di particolare rilevanza, sottolineando i legami diplomatici in evoluzione tra il Sudan e la Libia, che potrebbero portare ad ottenere un cessate il fuoco a Khartum ed il ritorno al tavolo dei negoziati per una pace duratura. Negli ultimi mesi, del resto, il Gun ha ripetutamente espresso la propria disponibilità a mediare una soluzione alla crisi in Sudan. Così come il suo vicino, la Libia è stata coinvolta nel caos politico e nell’insicurezza dopo la caduta del leader di lunga data Muammar Gheddafi, nel 2011.

Il Paese nordafricano è diviso in due amministrazioni politico-militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il cosiddetto Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti, di fatto un esecutivo parallelo con sede a Bengasi manovrato dal generale Khalifa Haftar, comandante in capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl).

Quest’ultimo è stato accusato da più parti di aver fornito carburante, armi e munizioni alle Rsf sudanesi dopo lo scoppio del conflitto. L’ultima accusa in tal senso è arrivata da un rapporto pubblicato ad ottobre dal Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, secondo cui la fornitura sarebbe avvenuta per mano di alcuni membri delle forze di Haftar dislocati nella parte meridionale del Paese. L’esercito sudanese, da parte sua, ha annunciato in più occasioni di aver preso di mira depositi di armi appartenenti alle Rsf vicino al confine libico

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