Iran-Pakistan: crisi del Beluchistan ultimo capitolo della “nuova Guerra fredda”

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 19/01/2024

Le tensioni lungo la frontiera non sono nuove e sono legate in particolare all’insorgenza del popolo beluci, musulmano sunnita di lingua iranica, che rivendica l’indipendenza

La recente crisi tra Iran e Pakistan, due nazioni che fino a poco tempo fa mantenevano rapporti relativamente pacifici, può essere forse interpretata come l’ultimo episodio di una crescente instabilità internazionale, alimentata dalla cosiddetta “nuova Guerra fredda” tra gli Stati Uniti e la Cina. A ben vedere, l’escalation della tensione sembra aver avuto inizio con l’approccio fortemente anti-cinese adottato dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel contesto della sua politica commerciale imperniata sullo slogan “America first”. La guerra in Ucraina, il conflitto in corso a Gaza, il blocco del Mar Rosso, gli attacchi dell’Iran contro i curdi in Iraq e contro i beluci in Pakistan sono tutte crisi avvenute effettivamente dopo il brusco deterioramento dei rapporti tra Pechino e Washington.

La rivalità tra Stati Uniti e Cina, in altre parole, sembra aver contribuito all’instabilità internazionale, con l’ultimo capitolo rappresentato dal bombardamento dell’Iran in Pakistan. “Agenzia Nova” ne ha parlato con l’analista geopolitico di origini iraniane Nima Baheli. “La crisi tra Iran e Pakistan si inserisce in un momento in cui tutte e due le nazioni vivono un momento di difficoltà e di debolezza”, ha detto Bahel, spiegando che le relazioni tra i due Paesi che si autodefiniscono fratelli dovrebbero rimanere stabili, nonostante tutto. “Nel 2023, il Pakistan ha vissuto tutta una serie di crisi economiche, politiche e securitarie. La moneta locale, la rupia pachistana, è stata svalutata del 40 per cento, le riserve estere del Paese sono arrivate al minimo storico di 3,1 miliardi di dollari, il livello di insicurezza, povertà e stress alimentare è aumentato con la devastante alluvione del 2022.

Quanto alla situazione politica, l’arresto del primo ministro Imran Khan nel 2023 ha portato a una situazione complessa nella quale oggi c’è un primo ministro pro tempore, Anwar ul Haq Kakar, ed elezioni imminenti previste l’8 febbraio. In questo contesto c’è l’ombra lunga dell’apparato militare pachistano, che veglia e veglierà sulle prossime elezioni”, ha detto Baheli. Le tensioni lungo la frontiera non sono nuove e sono legate in particolare all’insorgenza del popolo beluci, musulmano sunnita di lingua iranica, che rivendica l’indipendenza sia dall’Iran che dal Pakistan. L’Iran ha colpito nella notte tra il 16 e il 17 gennaio alcune postazioni di “terroristi” dell’organizzazione armata sunnita Jaish al Adl nella regione di confine del Belucistan, causando secondo Islamabad “la morte di due bambini innocenti”.

Da parte sua, il Pakistan ha sferrato attacchi contro sette obiettivi “dei terroristi di origine pachistana che si autodefiniscono Sarmachar” nella provincia iraniana di Sistan e Baluchistan, uccidendo in tutto nove persone. Teheran ha subito protestato e convocato l’incaricato d’affari pachistano per “pretendere una spiegazione immediata”. “È interessante vedere come l’attuale primo ministro pro tempore Kakar sia originario del Belucistan, la regione interessata dagli attacchi iraniani, e abbia un rapporto storico con i militari. Egli stesso ha sostenuto l’operato delle forze armate nell’operazione del 2007-2013 contro l’insurrezione beluci”, precisa Baheli. Per arricchire il quadro, l’analista sottolinea come nel corso 2023 il Pakistan abbia subito centinaia di attentati, alcuni anche molto sanguinolenti, da parte del Movimento dei talebani del Pakistan (Tehrik-i-Taliban Pachistan, Ttp).

“Tutto questo fa sì che le Forze armate e il sistema politico debbano dimostrare, nella prospettiva delle elezioni di febbraio, di essere in grado di gestire i rapporti interni, ma soprattutto anche i rapporti esterni”. Al contrario della Siria e dell’Iraq, che non hanno risposto con la forza agli attacchi missilistici iraniani di lunedì 15 gennaio, i militari del Pakistan hanno voluto “dimostrare al proprio popolo che sono forti e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno”. È comunque indicativo, evidenzia ancora Baheli, “che tutte e due le controparti, sia gli iraniani che i pachistani, abbiano chiarito che l’attacco era diretto contro asset terroristici e che i rapporti con il rispettivo ‘paese fraterno’ restano stabili”.

Tuttavia, aggiunge l’analista, “normalmente queste operazioni vengono concordate: da quello che sembra nel caso pachistano e anche nel caso iracheno, stavolta invece è stata fatta un’operazione di forza senza avvertire preventivamente le controparti. Questo stride per certi versi rispetto alle operazioni che erano state fatte in passato”. Bheli aggiunge che “non è casuale la tempistica dell’attacco iraniano, compiuto a un mese dal viaggio del generale pachistano Asim Munir a Washington. Nel corso del viaggio, il capo di Stato maggiore del Pakistan aveva incontrato varie personalità fra cui il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, il capo del Pentagono, Lloyd Austin, Charles Quinton Brown Jr. capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, e Victoria Jane Nuland, sottosegretario di Stato per gli affari politici”. In questo contesto, conclude l’analista, l’attacco potrebbe essere “una sorta di avvertimento a Islamabad nell’ottica di un rinnovato avvicinamento delle Forze armate pachistane agli Usa”. Si può ipotizzare, quindi, che la risposta del Pakistan, non esattamente scontata, avvicina Islamabad al campo filooccidentale allontanandola da Pechino. Alcuni anni fa il Pakistan, avrebbe probabilmente reagito militarmente a un attacco dell’Iran, il quale probabilmente avrebbe incontrato l’opposizione dissuasiva della sua alleata, la Cina, che oggi invece si limita a chiedere “moderazione”.

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