Alle urne tra la crisi politica e il timore di nuove violenze

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 23/03/2024

Domani il Senegal si prepara ad andare al voto per le elezioni presidenziali in un clima di forte incertezza e nel timore di nuove violenze, dopo la crisi politica che il mese scorso ha provocato il rinvio del voto, originariamente fissato al 25 febbraio, e partecipate proteste di piazza. Sebbene infatti il presidente Macky Sall non si sia ricandidato, come promesso, per un terzo mandato, l’annuncio a sorpresa con cui il 3 febbraio il capo dello Stato ha rinviato il voto “a data da destinarsi” ha compromesso il già fragile equilibrio politico con le opposizioni e ha aggiunto sfiducia in chi gli rimprovera una gestione eccessivamente autoritaria. Così, quando il mese scorso Sall ha evocato come impedimento per andare alle urne una “situazione grave e confusa” ed il rischio che il Paese potesse ricadere nelle violenze post-elettorali già sperimentate nel marzo 2021 e nel giugno 2023, gli oppositori hanno letto nel rinvio l’estremo tentativo del presidente di prendere tempo, a fronte di un candidato della maggioranza – il primo ministro Amadou Ba – dato per sfavorito nella competizione.

Il risultato sono stati giorni di manifestazioni e scontri con la polizia, che hanno provocato un bilancio di almeno tre morti – tutti giovanissimi – ed uno sconforto politico controproducente per un Paese che si prepara a scegliere il suo nuovo presidente. Al voto di domenica si presenteranno un totale di 19 candidati, ammessi a partecipare dal Consiglio costituzionale dopo la recente crisi politica. Fra loro c’è una sola donna, Anta Babacar Ngom, senza possibilità di vittoria ma alla quale viene riconosciuto almeno il merito di portare avanti la bandiera della lotta per la parità di genere. Fra i grandi assenti mancano il principale rivale del presidente Sall, Ousmane Sonko, da poco uscito dal carcere grazie alla legge di amnistia approvata il 6 marzo dall’esecutivo nel tentativo di calmare gli animi, e Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, escluso dalla corsa presidenziale perché accusato di essere in possesso di una seconda nazionalità francese (da lui rinnegata), che impedisce ad un candidato di ricoprire una carica elettiva.

In aperta contestazione con l’esclusione del loro leader, il Partito democratico del Senegal (Pds) ha chiesto di recente alla Corte suprema di annullare le elezioni del 24 marzo, mozione che è tuttavia stata respinta perché ritenuta infondata. Per quanto riguarda Sonko, l’oppositore è stato squalificato dalle elezioni presidenziali in seguito a una sentenza emessa dal Consiglio costituzionale lo scorso gennaio. Arrivato terzo alle presidenziali del 2019, il politico ha vissuto una lunga trafila giudiziaria, con una condanna in appello a sei mesi di reclusione per “diffamazione e insulto pubblico” nei confronti del ministro del Turismo, Mame Mbaye Niang (da lui accusato di appropriazione indebita), fino ad una condanna a due anni di carcere per presunti abusi sessuali nei confronti di una ragazza. Il suo partito, i Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità (Pastef), ha designato al suo posto Bassirou Diomaye Faye – anche lui scarcerato grazie all’amnistia – come candidato alla presidenza. Un discorso a parte meritano l’ex premier Idrissa Seck e l’ex sindaco di Dakar Khalifa Sall (il quale non ha alcun rapporto di parentela con il presidente uscente).

Primo ministro sotto il presidente Abdoulaye Wade, Seck si candida per la quarta volta alla carica suprema dopo il 2007, il 2012 e il 2019. In quest’ultima tornata elettorale era arrivato secondo, entrando poi a novembre del 2020 a far parte della maggioranza presidenziale. Apprezzato per la sua solida esperienza politica, Seck ha concentrato la sua campagna elettorale principalmente sulle questioni economiche e sociali, promettendo un aumento dei posti di lavoro, “più cibo e sicurezza alimentare”, oltre che un accesso equo ai servizi sociali di base. Cosa da non sottovalutare, Seck – che è stato anche sindaco della città occidentale di Thies – si pone come il candidato della continuità, elogiando gli “eccellenti” risultati del presidente uscente ma auspicando un miglioramento “per gli aspetti immateriali come la governance o la giustizia”. “Posso fare di meglio”, ha dichiarato alla stampa lo scorso anno.

Dal canto suo, Khalifa Sall, ex sindaco della capitale, è tra i favoriti per il voto di domenica. Condannato nel 2018 a cinque anni di carcere per i reati di frode e appropriazione indebita di fondi pubblici, il leader della coalizione Taxawu Senegal non ha partecipato alle ultime elezioni presidenziali ma, nonostante i suoi trascorsi con la giustizia, si posiziona bene nelle prospettive di voto dei senegalesi. Per le elezioni presidenziali del 2024, Khalifa Sall si presenta come il candidato “della ricostruzione, della riconciliazione e dell’unità della nazione”. “Quando sarò presidente, farò in modo che questo Paese si sviluppi nei prossimi cinque anni. Io sono la sintesi dei regimi che si sono succeduti. Ricostruiremo questo Paese con l’agricoltura e l’industrializzazione”, ha dichiarato. Lo scorso 7 marzo il Consiglio costituzionale del Senegal ha fissato al 24 marzo la nuova data per le elezioni presidenziali. La sentenza ha posto fine a oltre un mese di incertezza, aggravata dall’ipotesi – temuta dalle opposizioni – di un prolungamento al potere di Sall in attesa del nuovo voto.

Nell’annunciare la risoluzione, i membri del Consiglio hanno ribadito che “fissare la data delle elezioni oltre la durata del mandato dell’attuale presidente della Repubblica è contrario alla Costituzione”, ricordando che non era quindi possibile farlo oltre il 2 aprile, come inizialmente prospettato dal capo dello Stato. In una precedente comunicazione, il Consiglio aveva denunciato a questo proposito “l’inerzia” dell’esecutivo nel fissare una nuova data per il voto. Il clima politico in Senegal è rimasto comunque all’insegna del sospetto nei confronti delle reali intenzioni del presidente uscente, il quale di recente ha affermato di non avere rimpianti per i suoi tentativi di rinviare le elezioni presidenziali. In un’intervista concessa alla “Bbc”, Sall ha sostenuto che la decisione di rinviare il voto non è stata presa unilateralmente, ma era dovuta a preoccupazioni elettorali sollevate dai membri del parlamento. “Non ho scuse da porgere, non ho fatto nulla di male. Vi parlo come presidente della Repubblica. Tutte le azioni che sono state intraprese lo sono state nel quadro della legge e dei regolamenti”, ha dichiarato. Nel tentativo di calmare gli animi, nel mese di vuoto politico aperto dopo il rinvio del voto, Sall ha annunciato un dialogo nazionale con i principali attori politici del Senegal, sebbene alcuni oppositori lo abbiano boicottato.

Al termine dell’esercizio, l’esecutivo ha annunciato – non senza sollecitazioni – la data del voto e ha approvato una legge di amnistia. Quest’ultimo provvedimento è stato al centro di ulteriori contestazioni. Il documento prevede infatti di concedere l’estinzione del reato a chi ne ha commessi durante le violente contestazioni politiche scoppiate nel 2021 e proseguite, con fasi alterne, fino ad oggi. In precedenza, in previsione dell’adozione del disegno di legge, la ministra della Giustizia, Aissata Tall Sall, aveva annunciato il rilascio di quasi 400 manifestanti che erano stati arrestati e imprigionati durante le manifestazioni politiche del marzo 2021 e del giugno 2023. Il disegno di legge di amnistia è stato proposto dal presidente Macky Sall con l’obiettivo di “calmare il clima politico e sociale”, anche a seguito del recente rinvio del voto ed al prolungamento al potere dello stesso Sall, il testo è stato adottato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri ma presenta alcuni elementi contestati dalle opposizioni. Consapevole della delicata congiuntura politica che sta attraversando il Senegal, la comunità regionale si è attivata.

L’ex presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, ha intrapreso una missione di mediazione a Dakar in vista del voto, alla guida di una delegazione formata dai membri del Forum degli anziani dell’Africa occidentale (Waef), organismo da lui presieduto. Obiettivo della missione è quello di “facilitare elezioni pacifiche e credibili” nel Paese, ha spiegato ai media Jonathan, precisando che i delegati si impegneranno a mediare fra le principali parti interessate fino a mercoledì prossimo, 27 marzo. Tra i membri della delegazione c’è Mohamed Ibn Chambas, ex rappresentante speciale del segretario generale e capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel. I delegati hanno in programma incontri con il presidente uscente Macky Sall, con i leader di opposizione, i rappresentanti della società civile, le autorità di sicurezza e i funzionari della commissione elettorale, nel tentativo – dall’esito tutt’altro che scontato – di appianare le divergenze fra gli attori politici e gli attivisti e, soprattutto, di scongiurare nuovi episodi di violenza.

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