LIBIA, L’OMBRA DELLO STATO ISLAMICO SUI MIGRANTI E LE MINIERE D’ORO

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 14/02/2024

L’allarme dell’ultimo rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite sulle minacce poste da Daesh

Lo Stato islamico (Is) continua ad operare nelle aree remote della Libia meridionale e sud-occidentale, finanziandosi con il traffico di esseri umani e le miniere d’oro. Lo riferisce l’ultimo rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite sulle minacce poste da Daesh (acronimo arabo di Stato islamico dell’Iraq e del Levante) alla pace e alla sicurezza internazionali e sulla gamma di sforzi delle Nazioni Unite a sostegno di Stati membri nel contrastare la minaccia. Il documento, che si basa sul lavoro del Gruppo analitico di supporto e monitoraggio delle sanzioni, indica che “alcuni combattenti del gruppo si sono recati nelle aree minerarie aurifere in Libia e al confine tra Libia e Niger”. Secondo la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), “il traffico di esseri umani e il contrabbando costituiscono la principale fonte di reddito del gruppo terroristico”. Le due cose sono infatti collegate: spesso migranti e rifugiati sono trattenuti e costretti a lavorare nelle miniere illegali per pagare il “biglietto” del viaggio verso nord. “I membri dell’Is – prosegue il rapporto Onu – appartenenti alle tribù Tebu e il loro leader, Abdul Salam Darak Allah, hanno strategicamente limitato i loro movimenti alle aree desertiche e montuose per impedire che venissero individuati”. Le bandiere nere in Libia possono contare su circa 150-400 combattenti attivi, compresi quelli provenienti da Ciad, Nigeria e Sudan, aggiunge il documento, rilevando comunque che non sono stati compiuti attacchi terroristici di recente.

In particolare, il gruppo terroristico è presente a Murzuk, Qatrun, Umm al Aranib, Ghudwa, Sebha e sui monti Haruj al Aswad.I combattenti dell’Is viaggiano soprattutto nelle regioni controllate dalla tribù Tebu, un gruppo etnico sahariano di ceppo etiope che avrebbe fornito loro protezione “fino alle montagne di Kalanga vicino al confine tra Ciad e Libia, nonché in nelle aree minerarie in Libia e lungo il confine Libia-Niger”. I “rivali” di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) posso contare su una forza di circa 120-140 combattenti in Tunisia, dislocati nella remota area montuosa al confine con l’Algeria, sostenuti da una rete di complici locali. Tra Tunisia e Libia, dunque, i gruppi terroristici di matrice islamista possono contare su una forza non superiore ai 540 uomini, numeri assai lontani dai circa 1.800 uomini armati stimati a Sirte, ex roccaforte della provincia libica del sedicente Califfato, nel 2015.

Secondo il Gruppo analitico di supporto e monitoraggio delle sanzioni Onu, Al Qaeda è presente anche in Libia, dove ha stabilito e protetto vie di trasporto verso le città, sia a scopo di transito che come nascondiglio. Collaborando con alcuni tuareg residenti nel sud-ovest, vicino ai confini con l’Algeria e il Niger, i membri di Al Qaeda sono stati localizzati nelle aree intorno alle città di Awbari, Ghat e Uwaynat, nonché lungo il confine con l’Algeria da Ghadames al Triangolo di Salvador, che passa attraverso i monti Akakus. In particolare, il sud della Libia verrebbe usato da Al Qaeda come punto di transito per il trasporto di combattenti verso gli affiliati in Mali. “In Libia alcune donne sono state costrette a sposarsi con individui presumibilmente affiliati a Daesh, mentre altre sono state costrette ad accompagnare i loro mariti nel viaggio verso la Libia dall’estero. Durante una visita al centro di detenzione femminile di Judaydah a Tripoli, Unsmil e l’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani (Ohchr) hanno osservato che le donne detenute per la loro presunta associazione con Daesh venivano trattenute senza alcun processo giudiziario, in condizioni terribili ed hanno riferito di essere state sottoposte a tortura e maltrattamenti”, aggiunge il rapporto delle Nazioni Unite. Daesh rimane una seria minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, conclude il report. “Nonostante i costanti progressi degli Stati membri nel ridurre le capacità operative del gruppo – si legge nelle osservazioni finali – anche infliggendo perdite di leadership e limitandone le risorse finanziarie, Daesh e i suoi affiliati rimangono in grado di condurre attacchi con significative vittime civili e sofferenze umane”.

Lo scorso 5 gennaio 2024, il Servizio di deterrenza per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata della Libia ha annunciato l’arresto a Tripoli di Hashim Bousidra, noto come “Khabib”, considerato il “leader” dello Stato islamico in Libia. Secondo le autorità di sicurezza libiche, Khabib era il principale responsabile dell’ingresso dei terroristi in Libia e dei loro spostamenti tra le città libiche, prima di essere promosso al rango di “emiro” della cosiddetta provincia libica dello Stato islamico. L’agenzia anti-terrorismo libica ha riferito di aver scoperto i piani di viaggio di Bousidra da sud verso la capitale Tripoli e di averlo arrestato “senza (aver subito) alcuna perdita”. Le informazioni su Hashim Bousidra sono molte poche. Sui social media, diversi utenti indicano che il presunto capo dello Stato islamico in Libia sarebbe originario di Derna, già roccaforte islamista “liberata” dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar nel 2016. Egli, inoltre, avrebbe assistito alla strage dei 21 copti egiziani decapitati dai tagliagole affiliati alle bandiere nere sulle spiagge di Sirte nel 2015.

A maggio 2023, la Corte d’appello Misurata ha condannato a morte 35 membri dello Stato islamico arrestati durante la guerra delle milizie attive nell’ambito dell’operazione libica “Al Bunian al Marsus” (edificio dalle fondamenta solide) contro le “bandiere nere” del sedicente Califfato nel 2016 a Sirte. Quest’ultima città, dalla forte valenza simbolica e strategica in Libia, ha visto l’ascesa e il tramonto dello Stato islamico, estirpato dalla città nel dicembre del 2016, ma a caro prezzo, dalle milizie di Misurata: circa 2.000 tra morti e feriti, soprattutto giovani. Al punto che vi è un problema nel celebrare i matrimoni perché mancano fisicamente gli sposi. Dopo la sconfitta militare, l’organizzazione terroristica non è più riuscita ad avere alcun controllo significativo nel Paese ed ha subito gravi battute d’arresto e attacchi nella Libia occidentale, centrale e meridionale. Eppure, dalle informazioni contenute nell’ultimo rapporto Onu emerge come i “soldati del califfo” siano ancora attivi in Libia, seppur a ranghi ridotti, e siano coinvolti nel traffico di esseri umani e nello sfruttamento illegale delle miniere d’oro. Non solo. La situazione caotica in Libia ha facilitato un aumento del traffico di droga, armi e migranti verso la regione del Sahel. Sia lo Stato islamico che Al Qaeda, afferma il report, sono diventati sempre più coinvolti in queste reti illecite per finanziare le loro operazioni, in particolare nella regione libica del Fezzan.

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