Etiopia, accordo con il Somaliland per l’accesso al Mar Rosso: crisi innescata con Mogadiscio

Pubblicato da Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia – 03/01/2024

Il memorandum rappresenta uno scacco anche alla Cina, che conserva strettissime relazioni economiche con Addis Abeba

E’ destinato a innescare una grave crisi diplomatica tra Etiopia e Somalia il memorandum d’intesa firmato il primo gennaio tra il governo federale etiope e le autorità dell’autoproclamata repubblica del Somaliland, per consentire ad Addis Abeba di ottenere la concessione del porto di Berbera, scalo strategico situato nel Golfo di Aden, collegato al Mar Rosso dallo stretto di Bab el Mandeb. L’accordo, siglato nella capitale etiope dal primo ministro Abiy Ahmed e dal leader del Somaliland, Muse Bihi Abdi, consentirà all’Etiopia di assicurarsi uno specchio di mare di 20 chilometri quadrati di acque costiere del Somaliland, e di accaparrarsi così un accesso diretto al mare che al Paese manca dal lontano 1993, anno dell’indipendenza dell’Eritrea.

Secondo quanto dichiarato in conferenza stampa dal consigliere per la Sicurezza nazionale del premier Abiy Ahmed, Redwan Hussien, il Somaliland riceverà in cambio il riconoscimento ufficiale da parte del governo etiope, oltre che una partecipazione nella compagnia statale Ethiopian Airlines. L’accordo, come prevedibile, ha suscitato l’indignazione da parte della vicina Somalia, il cui governo lo ha respinto bollandolo come “illegittimo”, dal momento che “mette in pericolo la stabilità e la pace nella regione”, e come prima mossa ha immediatamente richiamato l’ambasciatore ad Addis Abeba. “Si tratta di una violazione e di un’aperta interferenza con la sovranità, la libertà e l’unità della Somalia.

Il cosiddetto memorandum d’intesa e accordo di cooperazione è nullo e non valido”, si legge in una dura dichiarazione diffusa dal governo al termine di una riunione d’emergenza presieduta dal primo ministro Hamza Abdi Barre. La firma del memorandum d’intesa avviene dopo che, soltanto la scorsa settimana, la Somalia e il Somaliland avevano concordato di riavviare i colloqui per risolvere le loro annose controversie, a seguito degli sforzi di mediazione guidati da Gibuti. Con l’annuncio dell’accordo, è ora lecito aspettarsi una brusca interruzione dei negoziati. Occorre ricordare che il Somaliland – territorio che coincide con quello dell’ex protettorato britannico – ha rivendicato l’indipendenza dalla Somalia nel 1991, ma che questa non è riconosciuta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite né da alcun Paese, eccezion fatta per l’autogovernata isola di Taiwan, rivendicata dalla Cina.

Nonostante ciò, il Somaliland è organizzato come uno Stato regolare, con il suo presidente, un esecutivo, la sua magistratura e una Banca centrale. La Somalia considera il Somaliland come parte del suo territorio, disconoscendo le rivendicazioni di Hargheisa. Con l’accordo del primo gennaio, l’Etiopia diventa il primo Paese africano a riconoscere l’indipendenza del Somaliland, un atto destinato ad avere inevitabili conseguenze nelle già altalenanti relazioni con Mogadiscio, ma non solo. Il memorandum rappresenta infatti uno scacco anche alla Cina, che pure conserva strettissime relazioni economiche e commerciali con Addis Abeba. In tal senso, un avvicinamento dell’Etiopia al Somaliland, ovvero a uno Stato non riconosciuto da Pechino ma che a sua volta vanta relazioni diplomatiche con Taiwan, non può certo esser visto di buon occhio dal colosso asiatico.

A maggior ragione se si considera che l’accordo consente ad Addis Abeba di bypassare il vicino Gibuti, Paese nel quale è presente l’unica base militare cinese operante all’estero, inaugurata nel 2017. Per Addis Abeba, d’altro canto, l’accesso al mare è un obiettivo strategico se inquadrato nel rilancio dell’iniziativa della Nuova via della seta (Belt and road Initiative-Bri), il maxi progetto infrastrutturale promosso dalla Cina e a cui l’Etiopia non intende rinunciare. Senza porti di sua competenza, Addis Abeba rischia infatti di rimanere tagliata fuori da un progetto strategico per la sua economia e, più in generale, di veder indebolita l’in – fluenza da esercitare sulla regione in campo infrastrutturale.

L’accordo siglato con l’amministrazione del Somaliland consente dunque all’Etiopia di ottenere uno sbocco strategico al Mar Rosso, obiettivo precluso ad Addis Abeba dal 1993, anno dell’indipendenza dell’Eritrea, e rappresenta un punto di svolta significativo per l’interscambio commerciale etiope. Situato sul Golfo di Aden, il porto offre infatti all’Etiopia una preziosa via alternativa per l’importazione e l’esportazione di merci, diminuendo la sua dipendenza da altri porti – in particolare quello di Gibuti, da cui finora dipendeva per oltre l’85 per cento delle sue importazioni ed esportazioni – e rafforzando in modo significativo la sua influenza strategica regionale.

La questione dell’accesso al mare è da sempre un obiettivo strategico dell’Etiopia, e in particolare del premier Abiy Ahmed, ed era tornata prepotentemente alla ribalta durante una sessione parlamentare tenutasi lo scorso 13 ottobre. In quel frangente il governo aveva presentato una bozza di documento, redatta dal ministero della Pace, nella quale si proponeva di riaffermare gli interessi nazionali strategici ed economici dell’Etiopia nel Mar Rosso. Intitolato “Interesse nazionale dell’Etiopia: principi e contenuti”, il documento sottolineava “l’urgenza” per il Paese del Corno d’Africa di esercitare il proprio diritto a costruire e utilizzare i porti, ad avere accesso al Mar Rosso nonché alla Penisola arabica.

Il documento forniva quindi un elenco di priorità, tra cui la preservazione dell’integrità territoriale del Paese, il rafforzamento dell’influenza regionale, la promozione della pace e della sicurezza, l’avanzamento efficace degli interessi dell’Etiopia nell’area del Mar Rosso e della Penisola arabica e la promozione dello sviluppo panafricano. Alle dichiarazioni di principio erano seguiti anche i fatti. Così, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, il governo etiope aveva avanzato delle richieste in tal senso alle vicine Somalia ed Eritrea, oltre che allo stesso Gibuti, ricevendo in cambio dei secchi dinieghi.

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